Dylan.

Dylan appoggiò la mano sulla maniglia della porta di casa sua e la ruotò, ritrovandosi di fronte un paesaggio inquietante.

Fuori da casa la strada era invasa da una fitta nebbia che non gli permetteva neanche di scorgere l’altro lato della strada, se non avesse saputo che quella era una zona residenziale avrebbe pensato di trovarsi nel mezzo del niente. I lampioni a malapena riuscivano ad illuminare la propria base.

Sbuffò spazientito e controvoglia mise piede fuori casa, chiudendosi la porta alle spalle.

La nebbia lo circondava con il suo abbraccio umido e penetrante mentre Dylan pensava triste a ciò che gli era successo di recente: la sua ragazza lo aveva lasciato e non sapeva bene il perché, come spesso accade in questi casi sembra che certe cose debbano accadere e basta, anche senza un apparente motivo. Dylan si rese conto di come la strada fosse insolitamente silenziosa a quell’ora, non stava passando nemmeno una macchina e la nebbia dava l’illusione che le case si ripetessero senza fine.

Dopo qualche decina di metri da casa sua, sentì un brivido sulla schiena e d’istinto si voltò e guardò dietro di se: una figura, molti metri indietro, sembrava fissarlo immobile dall’oscurità, riusciva solo a percepirne il contorno.

Dylan cercò di non pensarci e la ignorò, tornando sui suoi passi per qualche minuto.

Si voltò di nuovo e continuò a scorgere la figura dietro di se che lo seguiva da lontano: – sarà solamente qualcuno che fa la mia stessa strada… – pensò tra sé e sé, ma inconsciamente una fitta allo stomaco gli fece accelerare il passo: dopo qualche metro si voltò per controllare e si rese conto che anche l’ombra aveva accelerato, come se lo seguisse.

La morsa allo stomaco si strinse ancora di più, si sentiva braccato in quella notte inquietante e il fatto di non conoscere l’identità di quella figura rendeva tutto ancora più spaventoso: si rese conto che non aveva nessuna intenzione di scoprire chi fosse, non in quella situazione, non in quella notte. Doveva distanziarla il più possibile.

Adesso sentiva il suono dei suoi passi dietro a sé, nonostante l’ombra fosse più vicina questo non rendeva più facile l’identificazione, anzi era come se la paura fosse ancora più grande e senza, ancora, un volto.

Dylan si voltò di nuovo e affrettò ancora di un poco il passo, ma quando sentì i passi della figura farsi più pesanti si mise a correre. Dylan corse per almeno 5 minuti mentre le case sul lato della strada sembravano sempre le stesse, aveva l’impressione di aver già visto quelle buche sul marciapiede, di aver già evitato quel tombino almeno altre 4 volte, di aver già visto quel lampione con l’annuncio per un gatto disperso con 3 talloncini strappati, ma a tutto questo avrebbe pensato dopo, non adesso che era in pericolo. Iniziò a sentire il respiro affannoso dell’ombra che si faceva sempre più vicino, ormai non aveva nemmeno senso voltarsi a controllare, ma Dylan non poteva correre per sempre.

Prese una decisione, dopo l’incrocio che iniziò a scorgere alla fine della strada si sarebbe voltato e avrebbe affrontato il suo assalitore. Con un ultimo sforzo attraversò l’incrocio e si rese conto di come dall’altro lato della strada la nebbia era inesistente, come se non fosse mai esistita. Si voltò rapido per vedere negli occhi chi lo stava inseguendo, vide la figura affannarsi e corrergli incontro facendo un ultimo slancio per superare l’incrocio.

Quando Dylan raccontò questa storia nessuno gli credette, ma era sicuro e convinto che la figura che si gettò verso di lui avesse il volto di Sarah, la sua ex. La vide all’ultimo momento e sentì come una ventata travolgerlo ma la figura di cui era spaventato, che non voleva affrontare, era scomparsa, lasciando dietro di se piccole lacrime sul volto di Dylan.

Dylan rimase sconvolto dopo tutta questa vicenda, ma si accorse che la strada che aveva intrapreso continuava a non essere invasa dalla nebbia, e quindi si allontanò nella notte, sollevato.

 

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